Diario di una volontaria — Prima puntata
Eccitatissima per il mio primo giorno di lavoro, mi sveglio all’alba, faccio gli esercizi per la schiena e per le anche — ho quattro ernie che richiedono molta attenzione e collaborazione — mangio tutte le cose “giuste” e imposto il GPS per la pedalata che mi porterà da casa di Judith al giardino.
Essendo diabetica insulino-dipendente, per me è essenziale programmare quello che mangio anche in base all’attività fisica prevista, rispettando orari, tempi di assorbimento dell’insulina e così via. Memore della nota di Andrea sulla mezz’ora di strada, parto con largo anticipo.
I chilometri, però, sono più del previsto. Non è proprio tutto pianeggiante e, soprattutto, c’è un bel vento che mi soffia contro. Morale della favola: arrivo tardissimo, sudatissima e imbarazzatissima.
Ad accogliermi trovo una manciata di uomini intenti ad arginare una mandria di vacche che si è misteriosamente intrufolata nel giardino. Nessuno sembra essersi accorto del mio ritardo.
Mi sento osservata e ostento una finta scioltezza: dico di essere la nuova volontaria e chiedo con chi di loro lavorerò quel giorno. A quel punto si guardano a vicenda, in una sorta di cerchio di occhiate che seguo anch’io, cercando di capire quale sia la risposta. Infine, un ragazzo con il berretto da baseball fa un passo indietro e dice:
«You are certainly not working with me.»
Contemporaneamente abbassa la testa, quasi volesse nascondersi sotto la visiera del berretto.
Rimango un po’ di stucco. Non capisco bene il perché di quella frase, ma non ho il tempo di pensarci troppo, perché uno dei giardinieri mi annuncia che sarà Adrian Bloom in persona ad accogliermi.
E così accade.
Adrian arriva insieme al proprietario delle mucche fuggitive e, senza tanti preamboli, mi dice di mollare la bici contro la siepe di leylandii e di seguirlo a Foggy Bottom.
Mi accompagna alla carriola che ha preparato per me, piena di attrezzi, e mi mostra la zona da ripulire dalle erbacce. Io, però, non vedo alcuna erbaccia. Mi spiega che devo togliere tutto l’Oxalis che cresce tra l’Ajuga e la Festuca glauca. A me sembrano stare tanto bene insieme: questo piccolo trifoglio ha lo stesso colore dell’Ajuga e non mi disturba affatto.
Mi indica già quali saranno i compiti successivi, nel caso dovessi finire velocemente, e poi mi lascia sola alle prese con l’Oxalis.
Non mi faccio troppe domande, anche se forse mi aspettavo un’accoglienza diversa. Un’introduzione. Due dritte, almeno, sugli strumenti contenuti nella carriola.
Non ricordo di aver mai odiato una pianta, ma l’Oxalis diventa immediatamente il mio peggior nemico. Si insinua in mezzo a piante fittissime e toglierlo è un lavoro davvero fastidioso. Se poi non hai idea di come fare e non sai nemmeno a che cosa servano gli attrezzi nella carriola, il lavoro non finisce più.
Insomma, la mattinata passa in ginocchio, a inveire contro il minuscolo trifoglio. Per fortuna mi basta alzare lo sguardo per ricordare il motivo per cui sono qui. Ma vi assicuro che le mie ernie me lo chiedono ripetutamente.
Arriva l’ora di pranzo. Io e la mia gamellina — il pranzo me lo porto da casa, così so quanti carboidrati mangio e sono certa di fare la giusta dose di insulina — ce ne andiamo a sedere su una panchina che gode di una gran bella vista sul giardino.
Mangiando, osservo i pochi visitatori ammirare increduli le copiosissime fioriture. Mi godo gli uccellini che cinguettano e i conigli che attraversano furtivi i sentieri tra un’aiuola e l’altra, consapevolissimi del rischio che corrono. Nei giardini inglesi, Peter Rabbit non è un amico: è causa di innumerevoli danni e i suoi simili non sono esattamente i benvenuti.
Ma soprattutto osservo la rilassata operosità dei miei colleghi. Ancora non li conosco, ma già li stimo per il modo in cui è tenuto il giardino.
Non ho voglia — o meglio, è la mia schiena a implorarmi — di tornare alla lotta impari contro l’Oxalis. Ricordando di avere altri compiti da svolgere, decido di variare: sterminare il willowherb, ovvero Epilobium hirsutum.
Fantastico, penso. Viene via molto facilmente, è alto circa trenta centimetri e non devo inginocchiarmi.
Ma più ne togli e più ne vedi. Più ti abbassi e più ne trovi. E, per raggiungerlo, finisci comunque per dover strisciare sotto le piante. Questo è il momento di eliminarlo tutto: è già fiorito e, nel giro di pochi giorni, andrà a seme, diventando davvero infestante.
Alle 15.50 Adrian Bloom si materializza magicamente per sapere com’è andata la giornata. Gli chiedo un parere sul mio operato, soprattutto per quanto riguarda l’Oxalis. Gli dico che ho fatto una fatica bestia e che, soprattutto, mi dispiaceva distruggere anche l’Ajuga pur di eliminare tutto quel trifoglio.
Lui, candidamente, risponde:
«Riprova. Devi togliere fino all’ultima radice.»
Mi rendo conto di aver praticamente strappato soltanto le foglie, lasciando tutte le radici nel terreno. È talmente piccolo e sottile che, a questo punto, comincio a pensare che forse il signor Bloom abbia voluto mettermi alla prova.
Se supero indenne la prima giornata, mi prenderà sul serio e magari mi affiderà dei compiti più interessanti ed educativi?
Staremo a vedere.
Inforco la bicicletta e affronto i diciotto chilometri che mi riportano a casa.
Nota sui conigli
Un coniglio può mangiare fino a cinquecento grammi di materiale vegetale al giorno, soprattutto erba e numerose varietà di piante perenni. Per non parlare dei danni che provoca agli alberelli, dei quali rosicchia la corteccia quando, all’inizio della primavera, non trova altro da mangiare.
Una coniglia può avere fino a cinque cucciolate all’anno, con un massimo di sei coniglietti per volta. In un giardino come Bressingham, dove il terreno è sabbioso, il warren — il sistema di tunnel scavato dai conigli, che può ospitarne anche un centinaio — può estendersi enormemente e provocare seri danni persino alle radici degli alberi più grandi.
Qui, in genere, ai conigli si spara il sabato.
E, sempre in genere, si mangiano.

