Site icon Viaggi Floreali

13a puntata

Le lasagne e la partenza

Nei giorni seguenti comincio a pensare al ragù.

Non penso di stare mettendo in atto una delle strategie più antiche del mondo per conquistare un uomo attraverso lo stomaco. Matt mi ha raccontato che non mangia una lasagna dalla morte di sua madre e a me sembra semplicemente una cosa bella da fare per lui.

Cucinare per qualcuno, in fondo, è uno dei modi più semplici che conosco per dirgli: qui puoi stare.

Compro tutto quello che serve e preparo il ragù. Ne faccio in abbondanza, anche per Judith, e compongo una teglia di lasagne abbastanza grande da nutrire diverse persone oppure un solo uomo inglese particolarmente motivato.

Judith parte e mi lascia sola nella sua casa per qualche giorno.

Scrivo a Matt.

«Sto preparando ragout. Se sei libero una di queste sere ti faccio le lasagne.»

Matt accetta.

È agosto, le giornate sono ancora lunghe e alle sei del pomeriggio la luce entra piena dalla porta della cucina. Non preparo niente di particolare. Apparecchio semplicemente la tavola e taglio alcuni fiorellini dal giardino, mettendoli in una brocca.

Arriva Matt.

Entrando trova il profumo del ragù, la cucina di Judith, i fiorellini nella brocca e me che cerco di comportarmi come se invitare a cena un uomo al quale penso quasi ininterrottamente fosse una cosa del tutto normale.

Mangiamo in cucina.

Matt assaggia le lasagne e mi fa un complimento. Uno solo, detto bene. È il suo modo: non ripete cento volte che una cosa gli piace e non distribuisce entusiasmo per educazione. Ringrazia con una serietà che rende il suo «grazie» più grande di molte dichiarazioni.

Poi comincia a farmi domande.

Come ho preparato il ragù? Che cosa ho messo nella besciamella? Come mai la pasta è così morbida? E come ho fatto a farla rimanere così umida?

Rispondo, spiego e gli servo un’altra porzione.

Poi, mi pare, un’altra ancora.

Il cibo ha questa capacità di togliere solennità alle cose importanti. Non dobbiamo decidere che genere di serata sia né trovare parole per ciò che sta accadendo fra noi. Possiamo parlare delle lasagne, discutere della consistenza della besciamella e occuparci con grande serietà di quello che finirà nel suo piatto.

Gli metto da parte anche una porzione per il pranzo del giorno seguente.

Matt ringrazia di nuovo.

Non torna a parlare di sua madre e io non glielo chiedo. Quella frase pronunciata nella brughiera rimane con me, ma non voglio trasformare una teglia di lasagne in qualcosa che lui non mi ha chiesto. Ho cucinato per lui perché mi faceva piacere. Lui le mangia perché gli piacciono.

Per il momento è sufficiente.

Judith mi ha lasciato anche un po’ di granaglie per le anatre che vivono lungo il piccolo corso d’acqua accanto alla casa e che lei ha più o meno adottato. Finita la cena, ci accorgiamo di non averle ancora nutrite.

O, più precisamente, sono loro a ricordarcelo.

La porta è rimasta aperta per il caldo e una delle anatre, stanca di aspettare un servizio evidentemente inefficiente, è entrata in casa ed è arrivata fino alla cucina.

La troviamo lì, perfettamente a proprio agio.

Scoppiamo a ridere e la accompagniamo fuori. Sul portico le sue compagne hanno già manifestato il proprio disappunto cagando dappertutto.

Matt e io scopriamo di avere la stessa scarsa capacità di imporre dei limiti agli animali. Consentiamo loro di invadere gli spazi, sporcare ovunque e comportarsi come se fossero i veri proprietari.

Probabilmente lo sono.

Prendiamo le granaglie e usciamo. La sera è ancora calda, così portiamo due sedie accanto al ruscello e ci sediamo con le anatre intorno.

Parliamo.

Del nonno Alan, della famiglia, dell’evento del vapore al museo. Di Bressingham e di tutto quello che ancora non conosco. Ogni storia apre una porta e io ho voglia di attraversarle tutte.

Matt parla volentieri, ma raramente mi guarda a lungo negli occhi. Spesso abbassa lo sguardo verso l’acqua o verso le mani. Non è distante. Al contrario, rimane dentro ogni conversazione senza cercare di accorciarla o spostarla altrove. Semplicemente, sembra più facile raccontarmi la propria vita guardando le anatre.

La luce scende lentamente sul ruscello. Nessuno dei due controlla l’ora.

Conosco ancora troppo poco la vita di Matt per comprendere fino in fondo ciò che vedo. So che si occupa di suo padre, della casa, del giardino e di qualunque cosa debba essere costruita, spostata o riparata. È quasi sempre lui a prendersi cura di qualcosa o di qualcuno.

Quella sera, invece, non deve fare niente.

Può mangiare le lasagne, fare domande, ascoltare, raccontare e rimanere seduto accanto all’acqua. Io non gli chiedo di essere utile. Gli offro una cena e una sedia fra le anatre.

Matt sembra assaporare ogni cosa senza farne un evento: il cibo, i fiorellini nella brocca, il tempo trascorso senza uno scopo preciso.

Non sono mai stata una donna particolarmente incline alle rappresentazioni della vita domestica. Non ho alcun desiderio di fare da madre a un uomo adulto. Mi piace, però, prendermi cura delle persone che mi piacciono. Mi piace farle sentire accolte, ascoltate, libere di abbassare per qualche ora le difese.

Con lui mi viene naturale farlo sentire accolto.

E anche lui sembra trovare naturale lasciarmelo fare.

Quando ci accorgiamo dell’ora sono passate le dieci e mezza. Matt deve ancora tornare a Bressingham e aiutare suo padre a irrigare. Con il caldo di quelle settimane, si può dare acqua al giardino soltanto la sera.

Non ha fretta di andarsene.

Neppure io ho fretta che se ne vada.

Eppure sento che è giusto così. Non c’è un solo momento in cui desideri spingere quella serata oltre il punto al quale siamo arrivati. Non occorre trasformarla in qualcos’altro per renderla più vera.

Matt riparte con la sua porzione di lasagne. Io rientro nella cucina ormai silenziosa. Sulla tavola sono rimasti i piatti, la brocca con i fiorellini e qualche granello destinato alle anatre.

Non è accaduto nulla che possa essere nominato.

Eppure, per qualche ora, abbiamo abitato insieme una piccola quotidianità.

Nel mio ultimo giorno di lavoro prima della partenza, Matt e Adrian mi invitano alla Treehouse per un aperitivo, per ringraziarmi del mio aiuto. Adrian mi regala una copia del suo libro Gardening with Conifers, con una bella dedica.

Io ne approfitto per chiedere a Matt che cosa sia tutto quel trambusto legato al vapore al museo. Mi spiega che è in corso un evento istituito da suo nonno sessant’anni prima: ci sono tantissimi piccoli motori a vapore, moltissima gente e il fumo è dappertutto.

A me, in tutta onestà, i treni a vapore e i piccoli motori non interessano particolarmente. E nemmeno a Matt interessa davvero il museo, se non per tutto ciò che riguarda la storia della sua famiglia.

Gli interessa, però, stare con me.

Così andiamo insieme, ma rimaniamo al museo per pochissimo. Il fumo è ovunque, la gente è tantissima e i mini motori a vapore sbuffano in ogni direzione. Matt mi mostra quello che può, mi racconta qualche storia e io ascolto, soprattutto perché è lui a raccontarmela.

Poi usciamo e andiamo a vedere un antico ponte che si trova nella parte più ampia della tenuta, fuori dal giardino. Da lì raggiungiamo alcune vecchissime siepi di bosso che sono state lasciate crescere senza più essere potate. Nel tempo sono diventate alberi enormi, forme imponenti e un po’ selvatiche.

È una cosa che sentiamo molto più vicina entrambi.

Del vapore, in fondo, non ci importa niente.

Continuiamo la passeggiata nella parte più grande del parco. Ci sono passaggi stretti e varchi sotto le siepi nei quali bisogna abbassarsi. Matt mi manda sempre avanti.

Potrebbe trattarsi di impeccabile cavalleria inglese.

Io, però, sento i suoi occhi su di me e non sono del tutto convinta dell’assoluta innocenza della disposizione di marcia.

Quel pomeriggio mi parla per la prima volta del Fox and Goose.

È un ristorante nel quale la sua famiglia va nelle occasioni importanti, anche se questo lo scoprirò soltanto più tardi. In quel momento percepisco semplicemente un cambiamento nel suo tono. Non mi sta consigliando un posto dove si mangia bene. Mi sta dicendo qualcosa a cui tiene.

«Mi piacerebbe portartici a cena. Magari quando tornerai in ottobre.»

Ottobre.

Mi fa piacere che immagini già il mio ritorno e che dentro quell’autunno ci sia un posto anche per lui.

Nello stesso tempo penso: Ma perché diavolo dobbiamo aspettare ottobre? Non possiamo andarci adesso?

Per me, dopo il ponte, le siepi, la passeggiata e quell’invito pronunciato con tanta serietà, tutto è diventato chiarissimo.

Quella sera prendo il mio block notes e comincio a scrivere.

Scrivo a mano.

Vado avanti per dieci pagine.

Dieci pagine sono una quantità di parole del tutto ragionevole, se l’obiettivo è terrorizzare un uomo inglese che non ha ancora trovato il coraggio di guardarti a lungo negli occhi.

Quando finisco, rileggo tutto.

Mi accorgo che quella lettera è indirizzata a Matt soltanto in parte. È soprattutto una lettera a me stessa. Il tentativo di comprendere che cosa sia accaduto durante quel mese, perché io mi senta tanto felice e perché l’idea di tornare alla vita lasciata in Italia mi pesi improvvisamente così tanto.

La mia penultima sera invito nuovamente Matt a cena. Questa volta non può venire: deve aiutare suo padre a irrigare Foggy Bottom.

La spiegazione è perfettamente credibile. Ho visto quanto lavoro richiedano quelle aiuole durante un’estate calda e asciutta. So quanti tubi devono essere trascinati, quanti irrigatori spostati e quante ore occorrono per portare acqua ovunque.

La ragionevolezza, però, serve a poco quando si sta per partire.

Non voglio andarmene fingendo che queste settimane non abbiano cambiato nulla. Nello stesso tempo, con il mio anello ancora al dito e Andrea nella mia vita, non so bene che cosa potrei chiedere a Matt.

Il giorno successivo è domenica. Non lavoro più a Bressingham e io e Matt ci siamo già salutati. Ho un’amica in visita e decidiamo comunque di andare a vedere il giardino.

Per un mese sono entrata ogni mattina in bicicletta per lavorarci. Adesso acquisto un biglietto d’ingresso e rientro come una visitatrice qualsiasi.

Prima di andare compro anche un biglietto per Matt. Uno di quei bellissimi biglietti che gli inglesi producono per qualsiasi circostanza umana, comprese quelle per le quali nessuno ha ancora inventato un nome preciso.

Questa volta cerco di essere breve.

Riduco le dieci pagine a poche righe, un concentrato socialmente più accettabile di tutto ciò che non riesco a dirgli.

Porto il biglietto con me nel giardino, sperando d’incontrarlo.

Non lo incontro.

Potrei mandargli un messaggio. Potrei scrivergli che sono lì e chiedergli di raggiungermi per un ultimo saluto.

Non me la sento.

Mentre camminiamo raccolgo alcuni fiori e qualche ramo delle potature. Li metto insieme in un mazzo e li sistemo in un annaffiatoio vicino alla serra di Adrian.

Non busso. Non gli scrivo. Non lascio il biglietto.

Gli lascio soltanto i fiori.

È curioso: ho impiegato dieci pagine per cercare di spiegare ciò che sento e alla fine riesco ad affidargli soltanto una manciata di cose raccolte nel giardino.

Il biglietto rimane con me.

Più tardi butto via anche quello.

Decido che non gli dirò nulla. Tornerò a casa e conserverò quel mese per ciò che è stato: il periodo trascorso in un giardino che desideravo conoscere da anni, il lavoro, le persone incontrate, la brughiera, il mare, le anatre e una cena che forse significa soltanto ciò che è stata.

La mattina seguente parto per l’aeroporto.

Durante il tragitto, però, sento crescere dentro di me una forma di insofferenza.

Ho trascorso troppo tempo della mia vita a ignorare ciò che desideravo per non ferire gli altri. Ho chiamato prudenza la paura e attenzione il continuo rimandare ciò che sapevo già.

Non so che cosa possa accadere con Matt. Non gli sto chiedendo promesse e non posso offrirgliene. So soltanto che durante quelle settimane sono stata felice.

Negarlo mi sembra improvvisamente più disonesto che dirlo.

Prendo il telefono.

«Spero che non troverai la mia trasparenza inopportuna, ma non posso negare la felicità che ho provato in queste settimane. Sono arrivata a un momento della vita in cui, se una cosa mi fa stare bene, la voglio. Sono stata bene con te e mi piacerebbe sicuramente rivederti.»

Rileggo il messaggio.

Poi lo invio.

Quasi subito compare l’indicazione che Matt sta scrivendo.

La guardo apparire e scomparire.

Sta scrivendo.

Poi non sta più scrivendo.

Poi ricomincia.

Passano i minuti e la risposta non arriva. Immagino frasi composte, cancellate e riscritte; parole abbastanza vere da non mentire, ma abbastanza prudenti da non oltrepassare il confine che entrambi abbiamo rispettato fino a quel momento.

L’indicazione continua ad apparire.

Dopo circa mezz’ora arriva finalmente la risposta.

Matt mi scrive che è lusingato. Mi confessa di provare la stessa cosa, ma di non aver osato credere che potessi essere davvero interessata a lui perché sono impegnata.

Molto tempo dopo mi dirà che aveva attribuito i miei sorrisi, gli inviti e forse persino le lasagne al fatto che sono italiana, espansiva e affettuosa.

In pratica, avrei potuto apparecchiare una tavola per due, cucinare per ore e invitarlo a trascorrere la serata da solo con me: lui avrebbe continuato a pensare che si trattasse di una normale manifestazione culturale mediterranea.

Poi mi manda una fotografia.

I fiorellini che ho lasciato vicino alla serra di Adrian sono dentro un vaso, sul davanzale della sua finestra.

Matt li ha trovati.

Li ha portati dentro.

Guardo la fotografia e penso che, in qualche modo, una parte di ciò che non sono riuscita a scrivere nel biglietto gli è arrivata lo stesso.

Non mi sono inventata nulla.

Ciò che ho sentito nella brughiera, nella cucina di Judith e sulla quercia, esiste anche per lui.

Torno a casa e ritrovo la vita che avevo lasciato un mese prima.

Gli stessi spazi, le stesse abitudini, la stessa relazione.

Eppure non riesco più a entrarci nello stesso modo.

Da anni cerco di concludere la mia storia con Andrea. Vive a casa mia e io continuo a rimandare perché lui non vuole accettare che sia finita e io non voglio ferirlo. Ho trasformato il timore del suo dolore in una ragione per non dire fino in fondo la verità.

Matt non ha posto fine alla mia relazione.

Mi ha ricordato come ci si sente quando si è felici. Dopo averlo ricordato, continuare a fingere diventa impossibile.

Cinque giorni dopo il mio ritorno dico chiaramente ad Andrea che la nostra relazione è finita.

Per anni mi sono convinta che separarci sarebbe stato doloroso, complicato, forse impossibile.

Andrea se ne va senza battere ciglio.

La catastrofe che avevo cercato tanto a lungo di evitare non avviene. Rimane soltanto il silenzio lasciato da una verità pronunciata con molto ritardo.

Sul mio telefono continuano ad arrivare i messaggi di Matt.

Exit mobile version