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14a Puntata – Lo Yorkshire

Nessuna fase intermedia

Passa poco meno di un mese prima che io e Matt possiamo rivederci.

In quel mese ci sentiamo tre o quattro volte al giorno. Ci scriviamo, ci mandiamo messaggi e trascorriamo ore al telefono.

Non è propriamente un corteggiamento. Quello era già cominciato a Bressingham ed era stato quasi interamente silenzioso: pause pranzo, passeggiate, apparizioni dietro le siepi, mani offerte per salire sopra una quercia e sguardi abbassati un istante prima che diventassero troppo chiari.

Adesso cominciamo a conoscerci attraverso le parole.

Io mando molti messaggi vocali. Matt non sa ancora bene come si faccia e inizialmente si limita ad ascoltare i miei, divertito dalla quantità di cose che riesco a raccontare senza apparentemente avere bisogno di respirare.

Lo incoraggio a provare.

Gli dico che amo la sua voce.

Poco alla volta comincia a mandarmi i suoi messaggi. Posso riascoltare quella voce che già mi piaceva tanto nel giardino: pacata, seria anche quando scherza, con le esitazioni di chi sceglie attentamente le parole.

Poi arrivano le telefonate. Lunghissime.

 

Parliamo di ciò che ci piace, di ciò che abbiamo vissuto, delle persone che siamo stati e di quelle che vorremmo diventare. La distanza ci rende più coraggiosi. A Bressingham riuscivamo a percepire tutto senza dire quasi nulla; adesso possiamo finalmente farci domande dirette.

 

«Che cosa ti ricordi di me?» gli chiedo.

 

Mi dice che ricorda il modo in cui sto eretta, come cammino e come porto la carriola.

 

In effetti, durante il mese a Bressingham, mi ero accorta che qualche volta mi osservava dalla finestra mentre passavo davanti a casa sua spingendo la carriola.

 

Naturalmente, appena avvertivo il suo sguardo, la mia postura migliorava in maniera prodigiosa.

 

A sua volta, Matt mi chiede che cosa mi piaccia di lui. Gli dico che mi piacciono la sua voce, il collo e le spalle.

 

E che i suoi occhi sono meravigliosi.

 

«Di che colore sono?» mi domanda.

 

Tento l’intero assortimento cromatico disponibile, fino a dover ammettere che, in realtà, non li ho osservati un granché.

 

«Sono blu», mi informa.

 

«E i miei?» gli chiedo.

 

«I tuoi occhi sono color nocciola, ma quando cambia la luce diventano verdi. Non ho ancora capito se cambiano anche quando cambia il tuo umore.»

Quel suo messaggio vocale l’ho riascoltato un milione di volte.

Parliamo anche di viaggi. Gli racconto quanto ami camminare nel Lake District e nei paesaggi del nord dell’Inghilterra. Non sono mai stata nello Yorkshire.

Entrambi desideriamo rivederci, ma non vogliamo soltanto incastrare un altro pomeriggio fra il lavoro, suo padre e l’irrigazione del giardino. Vogliamo tempo. Vogliamo camminare, pedalare, stare nella natura e scoprire che cosa accade quando nessuno dei due deve andarsene.

Per dedicarsi veramente a qualcosa di suo, deve allontanarsi.Durante una delle nostre lunghe conversazioni il desiderio comincia a diventare un progetto. Non ricordo chi pronunci per primo l’idea. Parliamo di luoghi, passeggiate e giorni possibili. Poco alla volta, il viaggio prende forma.

Matt si occupa di tutto.

Prenota due fienili ristrutturati in zone diverse, così potremo esplorare paesaggi differenti. Studia gli itinerari, pensa alle passeggiate e decide di portare anche le biciclette.

Dal 5 al 15 settembre staremo insieme.

Io non sono abituata a tutto questo.

Di solito sono la persona che studia i percorsi, confronta le sistemazioni, legge le recensioni e costruisce il viaggio intorno agli altri. Questa volta devo soltanto prenotare un volo e arrivare.

Il volo accumula sei ore di ritardo.

Quando ho capito che il ritardi sarebbe stato tale, ho riservato una stanza in un albergo collegato all’aeroporto di Stansted. Scrivo a Matt dicendogli di andare a riposare. Atterrerò dopo le due di notte e sono perfettamente capace di raggiungere l’albergo da sola.

Quando finalmente attraverso le porte della zona arrivi, Matt è lì.

Indossa la sua giacca blu.

Per quasi un mese ho ascoltato la sua voce attraverso il telefono. Adesso vedo di nuovo il modo in cui sta in piedi, le spalle, il collo e quegli occhi che sono davvero blu.

Ci guardiamo.

Poi ci abbracciamo.

Non è un abbraccio esitante, né uno di quei saluti nei quali entrambi cercano di capire dove mettere le braccia. Ci stringiamo con forza e rimaniamo così.

Sento il cuore di Matt battere contro di me. Batte talmente forte e veloce da sembrare impazzito.

Per settimane ci siamo guardati, abbiamo sorriso e abbassato gli occhi. Poi abbiamo trascorso un mese a raccontarci attraverso il telefono.

Adesso i nostri corpi sembrano sapere perfettamente che cosa fare.

Quando finalmente ci separiamo, Matt mi guarda.

«Andiamo.»

Nel raggiungere l’albergo siamo talmente concentrati a guardarci che prendiamo la strada sbagliata. A un certo punto ci troviamo costretti a trascinare il carrello con la valigia giù per una scarpata, ridendo come due adolescenti.

Cominciamo bene.

La mattina seguente ci aspetta una colazione enorme. Il buffet dell’albergo sembra contenere tutto ciò che l’Inghilterra ritiene ragionevole mangiare a qualsiasi ora del giorno.

Facciamo onore all’offerta e poi partiamo. Davanti a noi ci sono quattro o cinque ore di macchina.

Il primo fienile si trova a Matlock. Da lì esploriamo il Peak District e camminiamo nella zona di Buxton.

La casa è stata scelta benissimo. Anche le passeggiate sono state pensate con cura. Matt ha portato le biciclette e le nostre giornate si riempiono di sentieri, strade, colline e tempo all’aria aperta.

La sera cucina per me.

Ama la carne e gli arrosti e ogni volta ne prepara uno diverso: agnello, pollo, manzo. La mattina si occupa della colazione.

Per le nostre serate cerca musica legata ai luoghi che stiamo attraversando. Gli piacciono soprattutto l’indie e il folk e trova una playlist di artisti della zona. Dopo cena ascoltiamo quelle voci mentre fuori siamo immersi in un paesaggio che io non conosco ancora.

È il suo modo di costruire un’esperienza: non gli basta scegliere una casa. Vuole che anche la musica appartenga al luogo.

Si interessa al mio diabete senza fingere di sapere già tutto.

Mi fa domande.

«Come vanno gli zuccheri?»

«Vuoi che ci fermiamo?»

«Sto camminando troppo velocemente?»

«Hai bisogno di mangiare qualcosa?»

Gli ho spiegato che, durante le giornate molto attive, posso andare in ipoglicemia. Lui controlla il mio passo, osserva come sto e si assicura che io abbia ciò che mi serve. Non so quanto comprenda davvero il funzionamento del diabete; so che vuole capire come prendersi cura di me senza decidere al posto mio.

Mi fa lunghi massaggi. Mi ascolta senza interrompermi.

Mi sento desiderata, protetta e vista.

Non mi sono mai sentita così.

È bellissimo e, nello stesso tempo, mi mette leggermente in difficoltà. Essere accudita mi fa sentire come un pesce fuor d’acqua. Continuo ad avere l’impulso di controllare, aiutare, organizzare qualcosa, rendermi utile.

Devo imparare a rimanere ferma mentre qualcuno ha già pensato a tutto.

In cambio posso fare una cosa molto più difficile: fidarmi.

Siamo passati dal non esserci mai veramente toccati al vivere insieme ventiquattr’ore su ventiquattro.

Non esiste una fase intermedia. Non ci sono appuntamenti di qualche ora, serate dopo le quali ognuno torna a casa propria o pause nelle quali riflettere e capire che cosa stia accadendo.

Siamo dentro la stessa casa, nello stesso viaggio e nello stesso tempo.

Naturalmente non è tutto semplice.

La vicinanza improvvisa porta con sé anche momenti nei quali non sappiamo ancora come raggiungerci. Io cerco le parole, faccio domande e vorrei capire subito. Matt, quando si sente vulnerabile, si ritira dentro il silenzio.

Non litighiamo e non penso mai di interrompere il viaggio. Scopriamo soltanto, molto presto, che il desiderio di stare insieme non significa sapere già come farlo.

In quei giorni non risolviamo tutto.

Continuiamo però a cercarci.

Durante una camminata saliamo verso Chrome Hill, la lunga cresta vicino a Buxton che sembra la schiena di un drago.

La giornata sembra ancora pienamente estiva. La luce è limpida e soltanto qualche nuvola, abbastanza disciplinata da risultare coreografica, attraversa il cielo. Intorno a noi si susseguono colline verdi e tondeggianti. In lontananza si vedono le pecore, piccole e bianche nel paesaggio.

Camminiamo sulla schiena del drago tenendoci per mano.

In quel momento non c’è niente da analizzare, nessun disagio da risolvere e nessuna domanda alla quale rispondere.

Siamo semplicemente felici.

Adoro il sorriso di Matt.

Adoro le sue mani delicate.

Ho ancora le fotografie di quella giornata. Siamo radiosi entrambi, con quella particolare bellezza che non dipende dall’essere venuti bene in fotografia, ma dal fatto che nessuno dei due sta cercando di nascondere la propria felicità.

Il secondo fienile si trova a Grantley, vicino a Ripon.

Anche questa casa è bellissima, ma ciò che mi conquista è soprattutto la cucina.

È la cucina che ho sempre desiderato: bella e organizzata, ma non costruita soltanto per essere fotografata. È uno spazio nel quale si può cucinare, parlare e contemporaneamente lavorare al computer. Una cucina nella quale la vita può accadere davvero.

Il cambiamento di casa sembra farci bene. Ci sono più spazio, più privacy e un ritmo nuovo.

Quella sera Matt ha voglia di preparare un arrosto per me.

Lo guardo muoversi nella cucina mentre parliamo. Io posso stare al computer senza essere esclusa da ciò che sta facendo; lui può cucinare senza interrompere la conversazione.

La cena è sublime.

Stiamo bene insieme senza dover analizzare nulla.

Per qualche ora quella cucina non appartiene più a una casa presa in affitto. Sembra il centro di una vita possibile: uno cucina, l’altra lavora, entrambi parlano e nessuno deve andarsene per irrigare un giardino.

Durante il viaggio parlo spesso a Matt della Slovenia.

Gli racconto quanto sia bella in autunno e quanto ami ottobre, quando lo scotano, il Cotinus coggygria, cambia colore e accende il paesaggio. Gli descrivo i luoghi nei quali vorrei portarlo, le strade che potremmo percorrere e la luce di quel periodo.

Non gli presento un programma.

Continuo semplicemente a raccontargli ciò che vedrebbe.

Per Matt ottobre è anche un buon momento per allontanarsi da Bressingham.

Come era accaduto per questo viaggio, l’idea comincia come una possibilità. Poi, conversazione dopo conversazione, diventa una data.

Quando arriviamo alla fine dei nostri giorni insieme, non abbiamo risolto ogni difficoltà. Abbiamo però camminato, pedalato, cucinato, ascoltato musica e cominciato a vedere come potrebbe essere una vita nella quale esistiamo entrambi.

Prima di separarci sappiamo già quando ci rivedremo.

Dal 4 al 14 ottobre Matt verrà in Slovenia.

Questa volta sarò io a portarlo nei miei luoghi.

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