Diario di una volontaria — Terza puntata
Le mie serate sono molto rilassate. Io e Judith cuciniamo insieme; qualche volta guardiamo una puntata di The Crown, altre volte leggiamo.
Judith ha iniziato a studiare l’italiano qualche anno fa, quindi spesso facciamo conversazione nella mia lingua.
Quanto ammiro questa donna. A settantotto anni vive da sola nel suo cottage dalla morte del marito, avvenuta un anno fa; insieme alla figlia si occupa di una cavalla, cammina le sue dieci miglia alla settimana, continua a studiare l’italiano e viaggia tantissimo. Per me è una donna di grande ispirazione, un modello sano al quale aspirare.
Forse parlo come un’adolescente, ma credo che, se rimaniamo vivi, continuiamo tutti a esserlo, a qualsiasi età.
Ieri sera sbirciavo nella sua biblioteca alla ricerca di qualcosa da leggere e mi sono davvero emozionata quando vi ho trovato War in Val d’Orcia di Iris Origo.
Non più di una settimana fa mi trovavo nel suo giardino a La Foce, in occasione del Viaggio Floreale “Giardini e Natura della Valdorcia”. Mi aveva molto colpito la storia della coppia che aveva riportato in vita un’azienda agricola allora abbandonata, nonostante le difficoltà della Seconda guerra mondiale. Proprio nel mezzo di quella tragedia, Iris e Antonio Origo erano riusciti a creare e alimentare una forte comunità di resistenza umana, oltre a dare vita a un giardino bellissimo.
La mattina mi sveglio sempre prestissimo. Alle sei sono già attiva.
Con una tazza di caffè fumante preparato con la cafetière, torno a letto a leggere e, ogni volta che alzo lo sguardo, mi godo il grande salice che riempie la finestra.
Avendo finalmente perfezionato il tragitto per andare al lavoro, decido di arrivare un’ora prima e di stalkerare il giardiniere Phil. Voglio fare due chiacchiere, certo, ma soprattutto imparare a usare gli attrezzi, perché sono stufa di trascinarmi dietro quella carriola pesantissima per poi non utilizzare quasi nulla di ciò che contiene.
Così, mentre parliamo, mi metto a togliere le erbacce insieme a lui. Gli confesso che laggiù mi sento un po’ sola e che non sono neppure certa di svolgere bene il mio lavoro.
Con mio grande sollievo, scopro che questo è il metodo Bloom: gettarti in mezzo all’oceano e dirti di nuotare.
Ci sono passati tutti.
Rido, sollevata. Poi noto che Phil sta eliminando il fastidiosissimo Oxalis cresciuto in mezzo alla Stachys byzantina usando una semplice forca a mano.
Illuminazione.
Mi sento deficiente per mezzo minuto per non averci pensato da sola, ma, consapevole che rimuginarci non mi serve a nulla, metto da parte l’orgoglio, saluto Phil e corro a sterminare l’Oxalis cresciuto in mezzo all’Ajuga.
Entusiasta e orgogliosa del mio operato, accolgo il signor Bloom, che sorvola rapidamente sul mio successo e mi conduce nella nuova zona di lavoro.
Sì, dovrò ancora eliminare il willowherb, ma anche individuare e segnalare con un bastoncino tutti i seedlings — le piantine nate da seme — di un ontano dalle foglie dorate. Sono spuntati spontaneamente in mezzo a centinaia di piantine di ontano comune, che invece devono essere estirpate.
Mi sento investita di un compito importante.
Il passo successivo sarà trasferire le piantine selezionate nei vasetti e osservarle per sei mesi, prima di decidere se potranno essere messe sul mercato.
Oggi il signor Bloom passa più spesso a controllare come procede il mio lavoro. Parliamo delle piante, dei loro abbinamenti e degli interventi da fare. È molto piacevole.
Comincio a comprendere il suo sistema di gestione di Foggy Bottom, il suo occhio per gli accostamenti e il processo con il quale crea nuove aiuole.
Una delle cose che lo interessano maggiormente è scoprire nuove cultivar nate spontaneamente nel suo giardino, osservarle, individuarne i possibili genitori e studiare i caratteri nuovi che potrebbero distinguerle dalle varietà già esistenti.
Quando crea una nuova zona di Foggy Bottom, parte sempre dal concetto d’insieme. Naturalmente attribuisce grande importanza alla riuscita della singola aiuola, alle scelte cromatiche e all’equilibrio dei volumi, ma pensa sempre anche allo sguardo che si alza e vuole vedere oltre.
È molto attento ai corridoi visivi che guidano l’occhio attraverso il giardino. Spesso li delinea con un’infilata di piante della stessa varietà che attraversa una o più aiuole, creando fiumi monocromatici capaci di collegare le diverse zone del giardino e di offrire spettacoli differenti a seconda dell’angolazione dalla quale vengono osservati.
Su suo invito, oggi mi concedo alcune brevi pause per andare a osservare le diverse aiuole, scattare qualche fotografia e prendere nota delle piante che mi interessano.
Mi imbatto in un corridoio di Heuchera ‘Prince’, di un porpora molto scuro, lungo circa dieci metri e capace di attraversare due aiuole. È costeggiato da Festuca glauca e Miscanthus sinensis e corre come una colata lavica in mezzo ad arbusti più alti, dai fogliami di colori diversi, creando uno spettacolo unico.
In un’altra zona rimango catturata da una distesa di Imperata cylindrica ‘Rubra’, costeggiata da Verbena bonariensis, che si insinua tra grandi cespugli di Erica vagans — che ho deciso essere la mia pianta simbolo — e conifere dalle sfumature brillanti, potate a cono, come il Juniperus squamata ‘Blue Star’.
Il gioco di luce creato dai raggi del sole intrappolati nelle punte rosse dell’Imperata è ipnotizzante.
La zona nella quale lavoro oggi è ombreggiata ed è caratterizzata soprattutto da hosta e felci: due gruppi ricchissimi di varietà ed esemplari diversissimi tra loro, con i quali è possibile giocare attraverso trame, forme e colori.
In una giornata calda come questa, è un vero piacere lavorare qui.
Verso la fine della giornata, il mio mentore mi conduce in una zona chiusa al pubblico, dove coltiva mirtilli, rabarbaro e una bellissima selezione dorata di Erica carnea ‘Goldrush’.
Domani dovrò eliminare le erbacce cresciute tra le eriche, perché presto verranno trapiantate in una nuova zona del giardino e devono essere ripulite. Al loro posto sorgerà il Giardino Giapponese.
Gli chiedo che cosa faccia di buono con tutto quel rabarbaro e scopro che piaceva moltissimo a sua moglie, che lo utilizzava in modi diversi. Ricevo la ricetta di una composta da cuocere in forno, insieme all’offerta di portarne un po’ a casa per provare a prepararla.
A quanto pare, la mia preghiera è stata ascoltata: domani lavorerò con Jerry, un signore che viene qui una volta alla settimana. Forse, finalmente, non mi sentirò tanto sola.
Adrian aggiunge che ci sarà anche suo figlio Matt, che sta costruendo una pagoda giapponese.
Oggi mi sembra di volare sui pedali mentre torno a casa.
Note sul rabarbaro
Più rabarbaro si raccoglie, più la pianta produce. Fino ad agosto è quindi opportuno raccoglierne regolarmente gli steli, che devono essere tirati, non tagliati, afferrandoli saldamente alla base.
La lamina della foglia va eliminata perché non è commestibile. Quando raccolgo il rabarbaro nell’orto, la rimuovo direttamente e la utilizzo come pacciamatura.
Dopo la seconda metà di agosto è preferibile lasciare riposare la pianta, per assicurarsi un buon raccolto l’anno successivo.
Che cosa fare con il rabarbaro?
Io amo la composta di rabarbaro che per anni ho mangiato a colazione al B&B Windrush House, nelle Cotswolds, mescolata allo yogurt e alla frutta secca.
La ricetta è semplicissima.
1. Tagliare gli steli a pezzi di cinque-dieci centimetri, a seconda della quantità di rabarbaro e della casseruola che si ha a disposizione.
2. Aggiungere lo zucchero. La quantità dipende davvero dal gusto personale. Il rabarbaro è piuttosto acido, anche se molto saporito. Essendo diabetica, cerco di non abusare dello zucchero, ma confermo che più è dolce, più è buono.
Per un chilogrammo di rabarbaro si possono tranquillamente utilizzare tra i duecento e i trecento grammi di zucchero, il succo e la scorza finemente grattugiata di un’arancia e un goccio di liquore: brandy, rum oppure un vino passito.
Aggiungere una quantità minima d’acqua, appena sufficiente a coprire il fondo della casseruola. Portare a ebollizione e poi cuocere a fuoco medio-basso per quindici-venti minuti, o finché il rabarbaro sarà completamente cotto ma non del tutto sfatto.
La composta può essere conservata in vasetti sterilizzati, come una marmellata, oppure congelata. Anche il rabarbaro crudo si presta benissimo a essere congelato.
In alternativa, la versione della famiglia Bloom prevede più o meno le stesse quantità, ma viene cotta in forno per un’ora a 140 °C.

