Perdersi nella brughiera
Quel «ti faccio sapere appena riesco a organizzarmi» rimane sospeso per buona parte della settimana.
Io non gli chiedo nulla. Gli ho sorriso parecchio, ho studiato con attenzione l’orario della pausa pranzo, sono comparsa con una certa frequenza nel giardino privato di suo padre e, infine, l’ho invitato più o meno apertamente a trascorrere una giornata con me.
Direi che può bastare.
Solo in seguito capirò che, nella vita di Matt, organizzarsi non significa semplicemente controllare l’agenda. A Bressingham è indispensabile. Suo padre ha sempre qualcosa da costruire, riparare, spostare o irrigare e, con il caldo di quelle settimane, tutte le sere sono occupate a portare acqua alle piante.
Verso la fine della settimana, però, Matt viene a cercarmi.
«Sono riuscito a organizzarmi. Se vuoi, domenica possiamo andare al mare. Ti porto a vedere la brughiera.»
Le pause pranzo strategiche, le apparizioni dietro le siepi e tutti quei sorrisi esagerati hanno prodotto un risultato.
Domenica andrò al mare con Matt.
La domenica mattina raggiungo Bressingham in bicicletta.
Matt mi aspetta accanto alla macchina di suo padre. Indossa una mascherina e tiene in mano una bottiglietta di gel disinfettante. Prima ancora di salutarmi come si deve, finisce di sanificare l’abitacolo, mi porge un’altra mascherina e mi invita a disinfettarmi accuratamente le mani.
Siamo nell’estate del 2020. Ogni incontro comincia con una piccola cerimonia fatta di distanze, disinfettanti e valutazioni del rischio.
Lo guardo strofinare con grande serietà le superfici della macchina e penso: Guarda com’è scrupoloso questo ragazzo.
Partiamo.
All’inizio Matt è gentile, ma anche formale e un po’ impacciato. La mascherina non aiuta. Le prime frasi hanno quella cura eccessiva di quando entrambi vorrebbero essere naturali e, proprio per questo, non lo sono affatto.
Io, però, sto benissimo.
Mi piace ascoltare la sua voce, il modo in cui racconta i luoghi e la serietà con cui risponde anche alle mie domande più leggere. Soprattutto, mi piace quando mi chiede una mano con le indicazioni per arrivare al posto. Mi dice che sono tanti anni che non ci torna e che non ricorda esattamente la strada, poi mi domanda se voglio controllare anch’io sul GPS. È una cosa semplice, ma mi fa capire che è un uomo che non ha paura di dire di non sapere e non ha bisogno di essere sempre quello che sa tutto, o di rischiare di sbagliare pur di non chiedere.
Quando raggiungiamo la brughiera, Matt ammette di non avere una cartina.
«Sono stato qui un milione di anni fa e non mi ricordo bene. Se ti va, possiamo camminare e perderci un po’. È bello anche quello, no? Non serve sapere esattamente dove stiamo andando.»
Detto dall’uomo che mi ha proposto cento miglia in bicicletta come se fossero una passeggiata digestiva, non dovrebbe necessariamente rassicurarmi.
Invece lo fa.
Non ho paura di perdermi. Mi piace imboccare una strada senza sapere in anticipo che cosa troverò, lasciare che un luogo si riveli prima di decidere che cosa pensarne. Ciò che mi capita raramente è poterlo fare senza essere responsabile anche dell’esperienza degli altri.
Quando accompagno un gruppo, una parte di me guarda il paesaggio e l’altra controlla l’ora, il passo di chi rimane indietro, il sentiero, il prossimo appuntamento e che nessuno inciampi.
Oggi devo occuparmi soltanto di me.
E quasi subito capisco che Matt attraversa i luoghi come me. Non sente il bisogno di stabilire una direzione precisa o di sapere in anticipo che cosa ci aspetta. Sceglie un sentiero per vedere dove porta. Prima vive l’esperienza; a capirla penserà dopo.
Non abbiamo bisogno di spiegarcelo. Cominciamo semplicemente a camminare.
La brughiera è tutta in fiore. La sua bellezza è aperta, selvatica, impossibile da racchiudere in un disegno. La noto in ogni colore e in ogni cambiamento della luce; la natura per me non potrebbe mai diventare soltanto uno sfondo.
Eppure, quel giorno, il mio sguardo torna continuamente a lui.
Camminare uno accanto all’altra rende tutto più facile. Non siamo costretti a guardarci e non dobbiamo riempire ogni silenzio. Possiamo osservare il paesaggio, seguire un sentiero, fermarci e poi riprendere a parlare.
Poco alla volta scompare anche l’impaccio della macchina. Ridiamo, scherziamo e ci raccontiamo con una naturalezza che non avevamo ancora trovato nei brevi incontri a Bressingham.
All’improvviso ci ritroviamo davanti a un mare blu intenso e calmo, ma qualcosa è cambiato. Il ritmo gentile e regolare delle onde aggiunge una nuova dimensione alla giornata e ci invita a rallentare ancora. Camminiamo a lungo sui ciottoli, osservando le piante spontanee che crescono lungo la costa, mentre il nostro umore si distende e la conversazione prende un ritmo più quieto.
A un certo punto la conversazione arriva alla cucina italiana. Parliamo di ragù e di lasagne.
Matt mi racconta che sua madre amava cucinare italiano e preparava spesso le lasagne. Da quando è morta, lui non ne ha più mangiate.
Non aggiunge altro. Pronuncia poche parole e lascia che la conversazione si sposti altrove.
Allora non so ancora quanto gli sia difficile parlare di sua madre. Percepisco soltanto che dietro quella frase c’è qualcosa che non devo forzare.
La tengo con me.
Continuiamo a camminare. A un certo punto non sappiamo più esattamente dove siamo, ma nessuno dei due sembra preoccuparsene. Scegliamo un altro sentiero e andiamo avanti fino ad arrivare alla spiaggia.
Alla fine della giornata Matt insiste per offrirmi un fish and chips.
Entriamo in un pub e io, per abitudine, mi preparo a fare quello che faccio sempre: individuare il posto giusto, parlare con qualcuno, capire come funziona e occuparmi dell’ordinazione.
Matt, però, accelera il passo. Mi supera e raggiunge per primo il bancone per chiedere un tavolo per due.
È un gesto minuscolo.
Forse lo noto proprio perché sono talmente abituata a organizzare e a prendermi cura degli altri che raramente lascio a qualcuno persino il tempo materiale di fare qualcosa per me. Matt sembra aver deciso che questa volta tocca a lui.
Normalmente potrei persino trovarlo irritante.
Questa volta sorrido e lo lascio fare.
Mangiamo il nostro fish and chips dopo aver trascorso la giornata nella brughiera. Tra noi non accade nulla che possa essere nominato. Matt sa che ho un compagno. Io so di avere un compagno. Quel confine esiste, anche se nessuno dei due ne parla.
Quando mi riporta a casa di Judith, una frase ne chiama un’altra e il saluto dura molto più del necessario.
Alla fine scendo dalla macchina.
Matt riparte e io rimango con la brughiera ancora negli occhi, il mare blu, il ritmo delle onde, il sapore del fish and chips e quella frase sulle lasagne che sua madre preparava.
Il giorno seguente comincio a pensare al ragù.









