Diario di una volontaria — quarta puntata
È venerdì, l’ultimo giorno della mia prima settimana.
Anche oggi arrivo mezz’ora prima e passo a salutare Phil. Lo osservo attentamente mentre rifila il bordo di un’aiuola con la mezzaluna: sembra facilissimo. Nella mia carriola ne ho una anch’io e vedrò di metterla alla prova quanto prima.
La giornata è caldissima e il sole quasi insopportabile. Mi dirigo verso la zona del futuro Giardino Giapponese, dove mi è stato detto di ripulire le eriche dalle erbacce.
Questo signor Jerry, con il quale dovrei lavorare oggi, non si fa vedere. Nel frattempo arriva un operaio e, senza dire una parola, sale sul tetto della pagoda. Lo sento lavorare, ma non sono riuscita a vedere chi sia.
Sono in ginocchio tra le eriche quando sento una voce profonda che mi saluta. Non riesco a vedere attraverso il bambù, ma rispondo al saluto. Dopo una serie di domande e risposte, scopro che si tratta di Matt, il figlio di mezzo del signor Bloom.
È gentilissimo. Parliamo di moltissime cose mentre continuiamo a occuparci dei nostri rispettivi lavori.
Mi sembra di averlo sempre conosciuto.
È una sensazione stranissima: avverto un grande calore e una specie di espansione nel petto.
Scopro che sei anni fa ha lasciato la propria vita nel Lake District per venire ad aiutare il padre e il fratello Jason nella gestione dell’azienda di famiglia, dopo la morte improvvisa della madre.
Gli chiedo se abbia dovuto sradicare anche la sua famiglia, con i bambini, e mi risponde, a malincuore, che la compagna non lo ha seguito.
Mi si stringe il cuore. Non posso fare a meno di pensare a quanti sacrifici si compiano per portare avanti un sogno, un progetto di vita. Più grande è il progetto e più amore è stato impiegato per costruirlo, maggiore è il numero di generazioni che finiranno per esservi coinvolte.
Poi la vita presenta sorprese che non avevi immaginato. Non sempre belle, non sempre brutte.
La profondità della sua voce mi fa intuire che non ho visto altro che la punta dell’immenso iceberg rappresentato dalla storia della famiglia Bloom.
Matt mi racconta che la pagoda è il risultato di un lungo studio, cominciato dopo il viaggio che ha fatto tre anni fa con suo padre in Giappone, dove erano andati a osservare le hosta allo stato spontaneo.
Gli era rimasto il desiderio di ricreare a Foggy Bottom un angolo di quiete ispirato a quel viaggio, ma reinterpretato in modo personale e adattato alla vita inglese. Si è divertito a progettarlo e ora, nei ritagli di tempo, sta costruendo la pagoda con le proprie mani.
Ho la sensazione che l’intero processo sia il suo tempio, la sua meditazione.
Probabilmente, una volta finita, non ci entrerà mai.
All’ora di pranzo vado a passeggiare nel Dell Garden, dove lavorerò la prossima settimana, e scelgo un’altra panchina panoramica.
Mi diverto a osservare la troupe di Great British Gardens, che sta filmando Carol Klein mentre intervista Jaime, il curatore del Dell Garden. La guardo a Gardeners’ World sulla BBC e vederla qui, durante le riprese, mi conferma — qualora avessi ancora qualche dubbio — che sono davvero entrata dentro questo mondo.
Quando si parla di Bressingham, si parla della storia del vivaismo inglese del Novecento e del ruolo fondamentale che vi ha avuto la famiglia Bloom.
Già nel 1926 Alan Bloom, il padre di Adrian, possedeva un eccellente vivaio di piante perenni nel Cambridgeshire. Verso la metà degli anni Quaranta, grazie all’enorme successo del vivaio e delle sue capacità di promozione, decise di trasferirsi a Bressingham, dove acquistò circa un chilometro quadrato di terreno intorno a un maniero.
In seguito a una terribile gelata e a un’estate di siccità, si trovò costretto a trasferirsi per alcuni anni in Canada per continuare il proprio lavoro vivaistico, prima di poter tornare a Bressingham e sviluppare una delle idee più influenti del giardinaggio moderno: le island beds.
Si trattava di aiuole indipendenti, osservabili da ogni lato, che permettevano alle piante perenni di svilupparsi al meglio delle loro potenzialità senza bisogno di sostegni.
Semplice e quasi banale ai nostri occhi, l’idea dell’aiuola indipendente venne inizialmente snobbata e aspramente criticata dai grandi signori del giardinaggio inglese, accaniti sostenitori dei tradizionali long borders e dei colori pastello.
A sessant’anni di distanza, il giardinaggio contemporaneo segue ancora, a grandi linee, i concetti introdotti da Alan Bloom.
Un genio.
Un pioniere.
Quando parlo del Dell Garden, mi riferisco al giardino originale creato da Alan Bloom e sviluppato fino agli anni Settanta. Qui esponeva le proprie piante, offriva ispirazione per nuovi abbinamenti e si divertiva a provocare la sensibilità dei visitatori con colori accesi e carichi e con forme esotiche.
Il Dell è oggi curato da Jaime Blake, genero di Adrian Bloom e marito di una delle sue figlie. Jaime si definisce un curatore perché ha scelto di mantenere il giardino fedele al modo in cui Alan Bloom lo aveva ideato e realizzato.
Dopo pranzo torno a Foggy Bottom, dove finalmente arriva il famoso Jerry. Mi viene detto di raggiungerlo per ripulire dall’Epilobium hirsutum una zona non lontana dalla pagoda.
Già che ci sono, dopo aver notato del convolvolo in mezzo alle crocosmie, decido di eliminare anche quello. Le crocosmie sembrano ‘Lucifer’ per altezza e colore, ma, a differenza di queste, rimangono perfettamente erette.
Nel giro di due minuti capisco perché il signor Bloom non mi abbia chiesto di togliere il convolvolo: se non si presta molta attenzione, insieme a quello si strappano anche le crocosmie.
Meglio lasciar perdere.
Quando il signor Bloom passa alla fine della giornata, mi complimento con lui per la crocosmia. Mi spiega che è una sua selezione e che sta per essere immessa sul mercato.
Gli dico che è bella quanto ‘Lucifer’, con il vantaggio di rimanere perfettamente dritta anziché sdraiarsi. Suggerisco scherzosamente di giocare proprio sul difetto di ‘Lucifer’ in un’eventuale campagna pubblicitaria.
Senza scomporsi, mi risponde che, nonostante quel difetto, ‘Lucifer’ si è dimostrata nel tempo la migliore crocosmia in assoluto e che non si sentirebbe mai di sminuirla. Tanto più che è stata una delle migliori piante selezionate e commercializzate da suo padre, Alan Bloom.
Che figuraccia.
Devo stare più attenta a quello che dico.
La giornata finisce velocemente, mentre cresce il mio entusiasmo al pensiero della gita esplorativa che farò domani con Judith.
Nota sulla Crocosmia ‘Lucifer’
La Crocosmia ‘Lucifer’, di un eccezionale rosso fiammante, produce una vegetazione abbondante e duratura. Fiorisce da luglio a settembre, con bellissimi fiori adatti anche a essere recisi, portati da steli che possono raggiungere un metro di altezza.
È la crocosmia più diffusa al mondo.
Dopo qualche anno, tuttavia, tende ad aprirsi al centro se non viene estratta, divisa e ripiantata, collocando i cormi a una profondità sufficiente.
Nel corso degli anni, Adrian e Jaime hanno quindi selezionato altre varietà dal colore altrettanto intenso, ma leggermente più basse e molto più compatte.
Adrian è un burlone. Fa continuamente giochi di parole che non si sa bene come interpretare — ammesso innanzitutto di riuscire a capirli.
Mostrandomi la crocosmia derivata da ‘Lucifer’, mi dice:
«Avevo pensato di chiamarla “Lucifer Match”.»
Ride e aspetta una mia reazione.
L’espressione sul mio viso deve essere completamente persa.
«Match… come fiammifero. Lucifer… fuoco… inferno. Ma match anche nel senso di corrispondere, di essere uguale… perché il colore è uguale.»
Quando finalmente comprendo il suo ragionamento, sorrido. Lui, però, conclude che forse il gioco di parole non è poi così evidente per tutti e che, probabilmente, non è il nome ideale.
















racconto piacevolissimo ….grazie
Grazie 😊
ciao Erica, abbiamo letto con grande interesse il tuo diario su Bressingham e hai risvegliato in noi il desiderio di tornare quanto prima in UK con Viaggi Floreali, anche grazie alla tua capacità di raccontare di fiori e giardini. Un abbraccio. Juna&Riccardo
Che piacere sentirvi! Voi siate stati i primissimi a venire con me a Bressingham nel 2018. Ricordo che a Riccardo erano piaciute tantissimo le locomotive a vapore!
Anch’io ci voglio andare!!